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"Che senso aveva allora dispiacermi, come facevo fin da piccola, per quegli animali stipati nei tir che, vivendo sullo Stretto, vedevo passare spesso, o girarmi disgustata quando vedevo un capretto appeso a testa in giù in macelleria se poi non facevo niente per cambiare? Era come collegare i pezzi di un puzzle: non potevo continuare a vivere nell’ipocrisia. Mi ripetevo: "Se non ucciderei mai un animale per mangiarlo, perché farlo fare a qualcun altro per me?". Non avevo più l’età in cui potevo credere che la carne in macelleria o polleria non fosse la stessa “cosa” che vedevo pascolare in campagna. Dovevo agire in base a quella nuova consapevolezza."